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Gravina Cultura

Numerose le manifestazioni religiose e tradizionali che si tengono a Gravina:

FESTIVITA’ RELIGIOSE:

  • San Michele Arcangelo e San Filippo Neri: festa del patrono e del compatrono della città. Si svolge il 28, 29 e 30 settembre.
  • San Giuseppe: cade il 19 marzo, giorno in cui si accendono falò in alcune vie cittadine.
  • San Michele delle Grotte: si svolge l’8 maggio.
  • Ss. Crocifisso: si svolge l’ultima domenica di maggio o la prima domenica di giugno.
  • Sant’Antonio da Padova: si svolge il 13 giugno presso la chiesa sita nel centro storico di S. Francesco.
  • Madonna della Grazia: preceduta da una novena, si svolge l’8 settembre, concludendosi portando in processione la statua di Maria con in braccio Gesù, entrambi incoronati da Papa Giovanni Paolo II in Piazza S.Pietro a Roma.
  • Santa Lucia: si svolge il 13 dicembre.
  • Settimana Santa: celebrata tramite la processione del legno sacro.
  • Madonna della Grazia: preceduta da una novena, si svolge l’8 settembre, concludendosi portando in processione la statua di Maria con in braccio Gesù, entrambi incoronati da Papa Giovanni Paolo II in Piazza S.Pietro a Roma.

IL CARNEVALE

Appena le prime ombre della sera del 17 gennaio avvolgevano le case, simpaticamente nascosti in ampi pantaloni imbottiti di cuscini o avvolti nei vecchi mantelli di nonni compiacenti o coperti da larghe e lunghe vesti femminili con u faccelettòune lunga sciarpa di lana indossata dalle nonne sulla spalla in sostituzione del cappotto come versione femminile del mantello maschile), adolescenti e giovinetti aprivano la festa più gioiosa e scherzosa dell’anno. Dal giorno dopo si appendevano a finestre e balconi due fantocci: Carnevale di nome Giovanni, e Quarantena sua moglie, di nome Marietta. Ogni domenica le maschere sfilavano per le vie mescolandosi tra loro, le umili e le eleganti accomunate dallo stesso spirito di allegria e scambiandosi bonariamente coriandoli e sberleffi. Molte si recavano a casa di parenti, amici e conoscenti cantando antiche filastrocche che suonavano cosi:

Ué la patròune, tu tiene la salzizze:
ci nan me la fè assprè, m’a da fè ngazzè.

Il martedì grasso dopo le nove e mezza di sera le maschere si dirigevano verso l’ampia scalinata che portava alla fontana detta “di fuori” per dare fuoco al Carnevale e alla moglie, per bruciare gli ultimi residui di vanità prima di cospargersi il capo di cenere.
Le campane delle chiese suonavano a morto annunciando la fine della festa. Tutti, soddisfatti ma più mesti, facevano ritorno a casa.

LA CORSA DELL’ANELLO:

Nella corsa dell’anello che si svolge a Gravina per il carnevale riecheggiando antichi motivi legati al mondo contadino.
A parte la gara e la sfilata di carri allegorici, l’ultimo domenica di carnevale, secondo un antico costume, tutti i gravinesi si danno appuntamento lungo la ottocentesca via S. Sebastiano per chiudere degnamente  e in allegria la parentesi di festa carnascialesca, prima di concentrarsi nel silenzio, nella riflessione e nella preghiera quaresimali.
Questa antica giostra, animata da cavalli ornati a festa, prevede che i cavalieri più coraggiosi e spregiudicati partecipino impettiti nel loro costume e orgogliosi di essere per poche ore protagonisti del momento ludico, sfrecciando veloci ed agitando una lunga asta che nella folle corsa devono infilare in un anello di ferro sospeso al centro di una corda tesa tra due balconi. Il vincitore viene acclamato a furor di popolo, ma a tutti i concorrenti sono dedicate le urla festose della folla che in questo modo ringrazia per il pomeriggio vissuto intensamente.

SAN MICHELE:

Si narra che in un tempo molto lontano, quando l’ Occidente fu invaso dai Saraceni, anche Gravina fu colpita da questo flagello con grande ambascia dei cittadini inermi e solo dediti alle pratiche religiose. Nessuno aveva più il coraggio di avventurarsi per le strade, tanto era il timore. Purtroppo,  i guerrieri nemici, avidi e malvagi, decisero di mettere a ferro e fuoco la città.
Quando questo progetto cominciava a realizzarsi, splendido e abbagliante nella luce divina apparve loro, con la spada sguainata e infuocata, San Michele Arcangelo. L’angelo li minacciò di distruzione, ma al loro rifiuto di risparmiare la popolazione , facendo ricorso a tutta la sua potenza , che veniva direttamente da Dio al quale stava a cuore la sorte di uomini di Lui timorati, li sconfisse allontanandoli con grande scorno dalla città. Così da quel momento, si dice, il popolo prese a venerare il Santo eleggendolo a proprio protettore.

LA COLA COLA:

Arrivando faticosamente a piedi nelle tiepide giornate di maggio sulla cima del monte dove sorge il Santuario della Madonna di Picciano, lo sguardo di ogni bimbo si posava, prima ancora che sulla miracolosa Madonna, sull’oggetto che meglio colorava le bancarelle di stanchi venditori di balocchi: la cola cola.
Strumento musicale a fiato in terracotta variopinta a forma di gallo con cresta regale, attirava per il suo cupo e particolare suono ed anche per quello che i più anziani dicevano bisbigliando tra loro con pudore in presenza di anime innocenti: la cola cola rimandava alla simbologia legata alla fertilità maschile.
Era compagno fedele di pastorelli e bovari nelle lunghe sere d’ inverno di quelle canicolari più lunghe, ma sempre tristi e malinconiche, e addolciva la sofferenza per la lontananza dalla famiglia o dalla propria donna, che spesso diventava infedele.
I tempi sono mutati: la cola cola ora è un ricercato e bel soprammobile, ma ha perduto il suo antico fascino che sapeva raccontare la storia dell’uomo.

LA NOVA NOUVE:

Per ricordare il leggendario episodio che vide protagonista San Giuseppe quando, per scaldare il bambino Gesù appena nato e infreddolito, chiese del fuoco ad alcuni pastori che bivaccavano nei pressi e dai quali ebbe un gran rifiuto, fu inventato anche nella nostra terra la nova nouve (il falò).
A ricordo di quel santo episodio divenne tradizione il 19 marzo di ogni anno raccogliere legna dai boschi vicini per bruciarla la sera in onore del Santo al centro della strada. Attorno al fuoco si radunavano bambini e grandi del rione, uniti dallo stesso calore. L’allegra e spensierata brigata allietava il quartiere con canti inneggianti al santo,saltando e ballando fino agli ultimi bagliori delle fiamme.
Ma sotto la cenere covava ancora del fuoco che veniva raccolto con molta attenzione e cura dai presenti.
Per i miseri di un tempo era religioso distribuirsi pochi carboni ancora vivi per riscaldare le ultime ore della serata in unione familiare.
Il miracolo del fuoco di San Giuseppe si ripeteva puntualmente ogni anno.

San Giuseppe u vecchiaredde
Ve sunanne u campanidde
Porte u fueche indo o mandidde
Ù mandidde nan z’ abbròusciaie
E u bambein s’angall’sciaie.

IL SABATO SANTO:

Il canto degli usignoli e il volo frusciante delle rondini già alle prime luci annunciavano che quello sarebbe stato un giorno speciale: il giorno della Resurrezione di Cristo. Le vie ben presto si animavano delle voci consuete dei venditori, a cui si mescolavano i passi frettolosi delle donne in grembiule nuovo che su un piatto cesto in vimini portavano la “palma” ai giovani fidanzati prossimi alle nozze (era consuetudine scambiarsi biancheria intima). Diventava un giorno importante perché il loro “sì” sull’altare era vicino e certo, Quando si avvicinava mezzogiorno il movimento per le vie andava scemando perché si tornava a casa ad attendere il momento della Resurrezione. Grandi e piccoli, ansiosi e palpitanti, al primo scampanellio festoso delle campane che annunciava il Cristo risorto, si prostravano schiacciando la faccia penitente sul pavimento. La nonna batteva una mazza di legno sul letto per cacciare di casa la “brutta bestia” (demone) per riaprire la casa alla vita. Qualche volta la mazza si rompeva: la “brutta bestia” aveva la testa di ferro.

MADONNA DELLA STELLA:

Nel 1566 si fece strada nel popolo semplice e devoto la convinzione che l’antica immagine della Madonna affrescata nella chiesa fosse diventata miracolosa per aver guarito infermi. Per questa ragione si guadagnò la venerazione dei molti forestieri che cominciavano ad arrivare con offerte votive. Si decise così di fissare un giorno ufficiale per la sua festa che prevedeva l’ apertura del santuario anche la notte, revocata un secolo dopo per evitare che uomini e donne, frequentandola di notte, si abbandonassero a baldorie facili a sfociare in orge compromettenti la sacralità della stessa chiesa e l’onorabilità delle fanciulle. Infatti, molto spesso fanciulle, a loro dire pure vergini, si trovassero magicamente gravide.
E di un attimo miracoloso sarebbe stata protagonista una certa Maria che, dopo una visita notturna nel santuario,senza alcun rapporto carnale con uomo, si sarebbe trovata incinta. Da quel momento donne maritate, votate valla sterilità, venivano in preghiera fiduciose nel miracolo. Sta di fatto che la chiesa è stata sconsacrata.

LA LEGGENDA DEL 2 NOVEMBRE:

Quando si avvicinava la notte del 2 novembre, giorno sacro ai defunti, era rigoroso lasciare imbandita la tavola attorno a cui si sarebbero seduti nella loro annuale visita i defunti della famiglia durante la loro sfilata per le vie del paese prima di ritrovarsi presso la chiesa del Purgatorio dirigersi verso il soccorpo della cattedrale, dal luogo dell’espiazione al luogo della purificazione. Qui un sacerdote, ovviamente defunto, celebrava messa. Una anziana donna, addirittura con un volto e un nome mai resi noti per rispetto verso la protagonista molto rispettabile per la sua serietà, la notte del 2 Novembre di tanti anni fa, fatalmente si trovò fuori casa per attingere acqua dalla fontana pubblica quando, suo malgrado, fu costretta ad assistere ad un movimento insolito: un consesso di gente avvolta in veli si dirigeva verso la cattedrale. La curiosità, che è stata sempre femmina, la spinse ad accodarsi al corteo con estrema disinvoltura e naturalezza. Una volta in chiesa decise di assistere alla funzione religiosa. L’incomprensione di ciò che stava succedendo la spinse a guardarsi attorno: lo stupore iniziale si trasformò in terrore quando tra i presenti riconobbe una sua comare defunta anni addietro, che la mise in guardia del pericolo che correva. Infatti, alla fine della messa il prete avrebbe ordinato di chiudere le porte e l’anziana signora si sarebbe ritrovata defunta. L’istinto la spinse a fuggire proprio mentre la porta si chiudeva ; si trovò fuori ma con il vestito impigliato. Con la forza della disperazione si strappò la veste e fu salva. Ha fatto tanta strada questa storia terrorizzando bambini di diverse generazioni. Fortunatamente non l’abbiamo trasmessa ai nostri figli!
(Fonte: Gravina in Puglia, di Giovanni Pacella. Mario Adda Editore)

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